Il teatro è uno strumento del tempo e Shakespeare diventa immortale solo quando appare contrastato e discusso come appariva ai suoi contemporanei. L’essenza del genio è l’inquietudine, ma qualificarlo come genio insuperabile, non basta a renderlo vivo.
Lo comprendiamo ancora? Non c’è forse parecchio nella sua opera che oggi andrebbe concepito ed espresso in maniera diversa per conseguire l’effetto penetrante che, com’è noto, produsse sui suoi contemporanei? Far rivivere agli spettatori di oggi l’effetto che Shakespeare produsse sui suoi spettatori è lo scopo principale di questo nostro lavoro.
Ma per far questo, bisogna comprendere bene come ai suoi tempi la scrittura teatrale fosse concepita come pratica drammaturgica a più mani. Quando il direttore di un teatro comprava il manoscritto di una commedia e pagava l’autore, questo perdeva ogni diritto sulla sua opera e non poteva più interessarsene dal punto di vista artistico. Questo primo manoscritto veniva chiamato foul papers (carta sporca). Era una lungo soggetto articolato contenente l’intreccio ed era scritto in una forma non ancora recitabile. Questo materiale veniva affidato al dramaturg del teatro che aveva il compito tirare fuori una seconda versione - stranamente detta original (novità) - che tenesse conto di diversi motivi economici e tecnici. Per esempio le obiezioni del censore, la necessità di accorpare più parti per essere recitate da una sola persona, il desiderio di un attore di utilizzare per una determinata scena il testo di un altro lavoro, la possibilità che delle battute assumessero un doppio senso per la coincidenza con fatti attuali.
Appena iniziate le prove dell’original approvato dal censore, cominciava per la commedia quell’altra metamorfosi che, soltanto chi è stato a stretto contatti coi comici può veramente capire. Le scene erano giustamente soggette a continue modifiche, soprattutto quelle comiche che in scrittura venivano appena accennate, proprio per lasciare maggiore possibilità di elaborazione prima e improvvisazione dopo.
Quando una commedia riscuoteva successo, i legittimi proprietari tendevano a tenersela ben stretta perché una divulgazione ne avrebbe compromesso l’esclusiva. Di contro, gli editori per pubblicarle, erano disposti a corrompere i sorveglianti-suggeritori (gli unici ad avere un copione completo), o ad acquistare le parti dai singoli attori. Non era necessario averle tutte: i buchi si tappavano mandando in teatro degli stenografi.
Perciò, quando qualcuno si vantava di pubblicare un original di Shakespeare, non intendeva l’originale Shakespeariano, cioè i foul papers imbastiti e forniti da lui, magari in società con altri. Di tutta l’opera drammatica di Shakespeare non c’è neppure una riga che lui abbia autorizzato, perché a nessuno veniva in mente che quel materiale potesse avere un valore letterario. Un testo serviva soltanto a mettere in piedi una rappresentazione.
La Commedia degli errori, per esempio, è un soggetto andato in scena diverse volte prima che se ne occupasse Shakespeare, e non solo in Inghilterra, ma anche in Germania e Italia. Com’è noto, è una storia tratta dall’opera di Plauto (i Menecmi con alcuni spunti dell’Anfitrione).
Il testo a noi pervenuto è un copione dei Chamberlain’s Men, la compagnia presso cui lavorava Shakespeare. Molte parti sono andate perdute, ma conserva ancora una gran forza in tutte le possibilità comiche che suggerisce. È uno dei più belli, spensierati e gioiosi poemi d’amore che siano mai stati scritti per la scena. Perché è l’amore, il basso continuo di questa storia.
L’opera ci regala la meravigliosa assurdità di due coppie di gemelli identici, padroni e servitori, separati dalla nascita: due sono noti a tutti; e due sono estranei e si comportano in modo anomalo.
Ci troviamo in un luogo immaginario che Shakespeare chiama Efeso. È un luogo di stregoneria, una sorta di paese fatato dove tutto può accadere, soprattutto ai visitatori.
La commedia sia apre con la condanna a morte di Egeo, mercante di Siracusa. Ma quando questo racconta al duca di Efeso di come in un naufragio abbia perso moglie e due figli gemelli, il Duca gli concede una proroga: trovare entro il tramonto, una cospicua somma di denaro. Gli affianca una guardia che non lo perda di vista e lo manda in giro a cercare soldi. Ma il mercante non sa a chi chiedere, visto che si trova in una terra straniera e non conosce nessuno. Se ne va in giro per le vie di Efeso popolate da una serie di personaggi che gli appaiono bizzarri e eccitati.
Ma per un’assurda coincidenza tutta teatrale, proprio quel giorno, a Efeso, sbarca uno dei suoi due figli insieme al suo servitore. Questi due, identici fisicamente ai loro fratelli, sono causa di tutta una serie di equivoci e malintesi che sfociano in situazioni estremamente esilaranti dove l’improbabile e l’impossibile si tengono per mano.
Nessuno, nemmeno lo spettatore, può mettere in ordine questo intrigo. Solo alla fine, quando le due coppie di gemelli appaiono l’una di fronte all’altra, si riesce finalmente a mettere insieme tutti i tasselli del puzzle.
La complessità della trama ci consente la grande libertà di scegliere da quale punto di vista raccontare questa storia. Da quello di Egeo, padre sfortunato alla ricerca dei suoi figli sperduti nel mondo? O da quello di Antifolo di Siracusa, in giro per mari, che approda su una terra in cui tutti gli sembrano matti? O dal punto del suo servo Dromio che a un certo punto si ritrova a essere marito di una donna gigantesca? O da quello di Antifolo di Efeso, preso per un indemoniato? O da quello di sua moglie Adriana, che vede la sua femminilità negata da un marito libertino e puttaniere?
A incorniciare il tutto, lo spirito folle di una città senza tempo, dove la musica libera l’immaginazione e la gioia si sprigiona.
Copiare la verità è spesso cosa buona. Ma inventarla, a volte, è ancora meglio.